giovedì, 09 aprile 2009

È di fronte alla sofferenza, alla sofferenza innocente, che si scopre il nervo teso della domanda metafisica che attanaglia da sempre quel mendicante di senso che è l’uomo.

L’uomo è costretto a scegliere fra l’assurdo e la speranza e al limite di questo bivio prevale una sete di verità insopprimibile.

L’ateismo è difficile – diceva Etienne Gilson.  Ma anche credere non è facile. Difficile è la fede in un Dio che crea il mondo per erigervi il patibolo del proprio Figlio e che permette un’infinita sofferenza umana.

È proprio la sofferenza innocente che costituisce per molti l’ostacolo insuperabile sulla strada della fede, lo scoglio su cui si infrange l’idea di un Dio infinitamente buono e misericordioso.  È vero! Ma è altrettanto vero che per molti è proprio la sofferenza innocente che spinge ad abbracciare la fede, la fede in un Dio che dia un senso all’apparente non- senso e che apra, per dirla con Horkeimer, alla <<speranza  che,  nonostante quest’ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola>>.

La sofferenza ingiusta ci porta alle soglie dell’aut-aut, alla scelta tra la disperazione dell’assurdo e la speranza del senso. Siamo obbligati a scegliere, siamo ‘imbarcati’, diceva Pascal e, piuttosto che farmi inghiottire dai gorghi di logiche assurdiste, claustrofobiche ed asfissianti, preferisco scegliere la via del senso che è anche la via della speranza.

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lunedì, 04 giugno 2007

Ma la mafia e i suoi metodi violenti e coercitivi non erano esclusivo frutto del retroterra culturale siciliano e dei suoi abitanti rozzi, incivili e pure di destra?

lunedì, 29 gennaio 2007

Se dovessi definire il nostro tempo con una sola parola, quella giusta sarebbe "confusione".

Si confondono la giustizia con la vendetta (esecuzione di Saddam Hussein), il bisogno, anche disperato, di un senso del vivere con il diritto di morire (caso Welby).

Lo sgomento davanti all'atroce delitto di una famiglia diventa subito sospetto ed ossessione, oscurando ogni sentimento di pietà e negando anche la possibilità del perdono.

Eppure tutto questo non può fermare l'emergere del desiderio di verità, di giustizia, felicità che ci costituisce. Possiamo far finta che non ci sia, odiarlo, ma c'è ed è inestirpabile!

Certo non ci aiuta la moderna presunzione di risolvere i problemi affidandoci a esperti «scientifici», che non li considerano neanche i nostri bisogni veri, non sanno neanche cosa siano; si rifiutano di osservare l'esperienza con occhio chiaro, e di accettare l'umano in tutto quello che esige.

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sabato, 08 luglio 2006

L'inconfessabile segreto del Comunismo

di Armando Pannone - 30 giugno 2006
           

Chi pensa che la sinistra al governo sia divisa su tutto e non abbia una visione univoca delle priorità e delle cose da fare, è fuori pista. La sinistra ha una strategia, una tattica ed una missione. La strategia è multiforme. Si è stratificata nel nostro Paese nel corso di un trentennio. L'alacrità della classe dirigente comunista è febbrile nella continua attenzione alla ricerca dell'errore altrui. Per decenni, stando all'opposizione, ha maturato tecniche di scoramento collettivo, di disfattismo diffuso a piene mani e di paternalismo sociale buono per ogni stagione. La coscienza collettiva popolare è stata devastata dai dubbi pacifisti, dai sensi di colpa verso ogni principio cattolico vissuto come retaggio borghese, dal disprezzo per ogni forma di dissenso ideologico.

La tattica per arrivare alla nebbia dei valori, al consenso cattocomunista e all'entusiasmo celebrativo per tutto ciò che è espressione culturale della sinistra, è raffinatissima. Nel corso degli anni, col beneplacito più o meno consapevole di militanti e simpatizzanti, ha connotato ogni manifestazione giovanile di rosso. L'influenza sulla storia vissuta del nostro Paese, raccontata o solo tramandata come memoria popolare, è stata ed è enorme, ingombrante, in un'Italia che piano piano ha cominciato a marcare sempre meno le differenze nella scala morale, diluendole in un relativismo mortale. Differenze tra sessi, tra valori, tra vedute ideologiche, con ricadute incalcolabili sulla tenuta di una civiltà ormai strappata con violenza alle sue antiche radici religiose e culturali.

La missione? Il controllo. Non solo delle casematte del potere di gramsciana memoria. Il controllo come attività ossessiva e costante, come attitudine e vocazione escatologica nella concezione dello Stato-Dio. L'obiettivo della sinistra non è la diffusione del benessere collettivo o l'innalzamento del tenore di vita dei cittadini. Non è la crescita complessiva del Paese. La sinistra odia tutto questo perché ogni aspettativa di vita diversa dalla mediocrità, ogni possibilità di cambiare la propria vita è vista come occasione per sfuggire al controllo. I liberali, i professionisti ma tutti quelli che, in una Nazione ad elevato tasso di democrazia formano il nerbo della pubblica opinione, debbono sentirsi controllati, scoraggiati nelle proprie ambizioni. Solo un centralismo oppressivo, invasivo e capillare può tenere a freno, con lo strumento micidiale della burocrazia, le masse che volessero di più.

La crescita economica generalizzata non è positiva per un sistema del genere, in quanto non può essere gestita. Si usa ogni mezzo psicologico per spegnere sul nascere l'empìto della libertà, perché la libertà travolge gli steccati ideologici e lancia l'Uomo verso traguardi nuovi di dignità e progresso civile autenticamente percepito. Il cattolicesimo è attaccato perché è lo Stato e non la Chiesa, nella concezione comunista, a doversi occupare delle persone e a preoccuparsi per loro con appropriate politiche sociali. Il cuneo fiscale è selettivo perché un rilancio complessivo del sistema- Italia non potrebbe essere controllato e la legislazione dovrebbe necessariamente essere più elastica per favorire la ripresa.

Una politica economica liberista travolgerebbe schemi ingessati e questo non può avvenire, secondo la sinistra. E' ammessa solo la crescita delle persone che si adeguano, delle imprese che dialogano, dei cattolici che transigono. L'esatto contrario della nostra tradizione culturale, morale e religiosa. Il segnale della discontinuità produce insicurezza? E' proprio questa sfiducia nel futuro a sviluppare il germe di una tolleranza o di un'appartenenza ad un sistema ideologico comunista. E' il primo passo per ritenere naturale l'identificazione con un apparato, giusta una politica centralista, opportuno il richiamo a chi la pensa diversamente a tacere.

Eccolo smascherato, il segreto inconfessabile del comunismo. Un'economia debole produce conflitti di classe, le cui risoluzioni sono salutate come saggezza d'intervento centrale. Il comunismo stringe a tenaglia un'Europa ed un'Italia sempre più cieche. Il mercato le libererà? O, più opportunamente, i cristiani si guarderanno dentro e si accorgeranno dell'assedio alle loro coscienze? Non c'è ancora una risposta. E' però tempo di cominciare a porsi domande vere.

Grazie a Ragion politica e al blog cepocodaridere che hanno pubblicato questo interessante articolo.

 

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martedì, 29 novembre 2005

"Un giorno il viandante sbatté la porta alle sue spalle, si arrestò e pianse, poi quasi a rivoltarsi contro se stesso aggiunse: perché questa inclinazione e questo impulso verso il vero e il reale… perché questo batticuore fosco e impetuoso insegue proprio me?" (F. Nietzsche)

 

Il tentativo di correggere lo stupore che urge in noi, nel renderci conto del desiderio d’assoluto che ci definisce, porta al nichilismo. L’esperienza delle cose, la realtà d’ogni giorno, la nostra vita, nascondono un significato che pulsa e che vuole essere compreso dal nostro cuore, ma la distanza abissale fra il desiderio di capire e il compimento di questo desiderio atterrisce. Il risultato è un profondo sconforto che riduce il desiderio svilendolo o banalizzandolo e allora ci accontentiamo di quel poco che abbiamo, della tranquillità del nostro focolare di casa, dei nostri gesti quotidiani, ripetitivi, monotoni, rassicuranti e non cerchiamo più - o meglio - non ci facciamo più cercare, come il viandante di Nietzsche, dalla verità, dalla bellezza travolgente del Mistero…non rischiamo più nulla! Siamo imbrigliati nella menzogna delle nostre regole di vita, frutto di uno sforzo etico svilente, che hanno il solo scopo di intrappolare i nostri comportamenti dentro schemi sempre uguali per far perdere di vista il desiderio di bello di vero di giusto che c’è in noi.

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venerdì, 15 aprile 2005

Tutti i problemi scientifici assumono un interesse per il cittadino nel momento in cui divengono problemi bioetici, sociali e infine giuridici, sebbene purtroppo non sempre l’interesse del cittadino e per il cittadino venga preso in considerazione dal diritto. 
Una disputa fra scienziati rimane interna alla comunità scientifica, o al massimo, è divulgata in forma molto semplificata, solo a quella parte del pubblico che ha per la questione un interesse squisitamente culturale. Diventa un problema bioetico nel momento in cui da questa disputa derivano tecniche suscettibili di applicazione che abbiano conseguenze di rilevanza sociale e sorge l’esigenza che l’ordinamento giuridico regoli le applicazioni pratiche della scienza in questione.
Ciò vale ad esempio per tutte le ipotesi in cui entri in gioco una regolamentazione che faccia riferimento al momento dell’inizio  e della fine della vita di un essere umano.

 

Il compito della redazione finale di un regolamento sociale è stato necessariamente demandato alla scienza giuridica.
Un tempo il giurista si trovava nella condizione di dover affrontare il problema dalla sua origine, analizzando e giudicando della questione in tutti gli aspetti. Egli doveva essere al tempo stesso scienziato, medico e filosofo dell’etica.
Di questa situazione è testimone l’antica possibilità del dottore in giurisprudenza di esercitare anche le professioni proprie di altre facoltà e la possibilità, venuta meno pochissimi anni or sono, di insegnare storia della filosofia negli istituti superiori e universitari, pur senza aver sostenuto alcuno studio a riguardo nel curriculum.

 

Oggi la situazione è profondamente cambiata. Il giurista non può più permettersi di entrare nel campo della specializzazione altrui, fosse anche (o persino) della sola filosofia morale.

 

Il problema bioetico risulta quindi nel momento in cui al giurista è imposto il compito di dare una soluzione pragmatica ad una diatriba che riguardi due altri campi di specializzazione : quella scientifica e quella etica .
Beninteso che egli non potrà mai porsi come giudice dello scontro di due paradigmi scientifici o di due opposte concezioni etiche, ma dovrà prenderne atto.

 

Il suo compito tuttavia non si limita a prendere atto in modo a-valutativo della situazione scientifica e filosofica . Deve considerare anche il desiderio di quanti, pur non essendo specialisti in alcuna delle tematiche in gioco (pilastro di ogni ordinamento democratico rimane pur sempre il consenso sociale), ritengano come criterio interpretativo e illuminante riferirsi ai valori della tradizione culturale cui appartengono e a cui sono stati educati attraverso i secoli.

 

Per far questo non può ricorrere all’esercizio sistematico della democrazia diretta (ricorso a referendum o a sondaggi). L’abuso di tale sistema porterebbe nella normativa elementi emotivi e contingenti pericolosi per l’armonia del sistema giuridico. Spesso la volontà popolare è resa estremamente volubile e variabile per l’emotività che facilmente scaturisce da eventi occasionali e, ancor peggio, è influenzabile da false notizie di stampa e da strategie di comunicazione mirate che grandi interessi economici possono mettere in atto.  

 

Per ciò che riguarda l’atteggiamento da tenere nei confronti della comunità scientifica e delle diverse teorie che da essa discendono, mancano  i criteri per giudicare un accordo tra le parti soddisfacente anche perché per le questioni vitali (come l’inizio e la fine della vita) il contrasto nella comunità scientifica  è spesso rovente .  Non dimentichiamoci, infatti,la presenza di interessi  estranei alla ricerca scientifica, come quelli economici.
Qui è determinante in particolare il fatto che oggi la ricerca scientifica richiede capitali finanziari enormi e  ad altissimo rischio che possono essere erogati solamente da soggetti finanziari di enorme potere. Questi possono allora agire, per i loro interessi economici, in una duplice direzione:

  1. legare a sé, con la scelta dei ricercatori a cui erogare i finanziamenti, la comunità scientifica dominante;
  2. influenzare  attraverso i mezzi di comunicazione  l’opinione pubblica.

     

Tutte le ragioni propendono allora per una maggiore attenzione alla riflessione etica  che nasce da un determinato contesto storico-sociale e che si alimenta dei valori incarnati in esso. Solo attraverso questo metodo, gli scienziati così come i giuristi e i politici possono agire decidendo per le grandi questioni esistenziali.

 

 

 

 

 

 

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