La riforma mancata del risparmio
di Geminello Alvi
Il letargico Tanzi ha fatto in tempo a uscirsene di prigione, gli arabi a segare cervicali a dozzine, la nazionale di calcio a sputare sugli Europei, il rauco Bossi ad ammalarsi e Tremonti a rimetterci il posto. Ma la riforma del risparmio, benché approvata a febbraio in Consiglio dei ministri, non è diventata legge. È andata anzi sciupandosi in tagli e distinguo sempre più angusti, lottizzati in fazioni trasversali che hanno avuto per contorto esito poco o niente. Dalla prima versione di febbraio si deduceva che l’Antitrust sarebbe stato almeno incaricato di garantire la concorrenza bancaria e purificati gli intrecci tra imprenditori e banche da tutti i conflitti d’interesse. Adesso la legge parrebbe ridursi a qualche decina di milioni in più per la Consob in Finanziaria e alla norma sul market abuse già approvata in obbedienza alla Unione Europea. Il resto sfuma in chiacchiere. E non è bene. Così poco è troppo sfacciato; non solo perché tra Cirio, Parmalat, e resto, decine di migliaia di risparmiatori sono stati traditi. Ma per un altro motivo che alle banche soprattutto dovrebbe premere. Mai esse hanno contato tanto. I debiti della Fiat, lo sfarinarsi dell’industria per la concorrenza cinese, la conquista di Mediobanca, i consigli d’amministrazione dei giornali, quelli in Banca d’Italia, danno loro un potere inusitato. Così intenso che persino si tentenna a parlarne. Non è questione di essere pro o contro Fazio, per l’ala sinistra o quella destra del cattolicesimo democristiano. Ma come non constatare che le vicende giudiziarie legate agli scandali societari di un anno fa sono sfumate in nuvolaglie tenuissime e la riforma del risparmio è tutto uno stralcio? Il che non è bene, per le banche soprattutto. Chi comanda, e vuole farlo bene, ritrovandosi a mantenere il potere di cui dispone, non dovrebbe eccedere. Perciò deve preoccuparsi che si discuta di tutto, il più possibile con verità. Lasciandosi mettere in discussione, perché solo così aumenta la percezione della vita e un potere che se ne separa perde senso. Fu appunto l’ipocrisia a uccidere quel potere sovietico, perfetta separazione della verità dalla vita. Ma allora non possono essere una meno che mezza riforma del risparmio, o reticenze di casta, a darci il sistema bancario di cui l’Italia ha bisogno per rinnovarsi. I deputati amici di Banca d’Italia hanno qualche ragione a stralciare la questione del limite di durata del governatore dalla legge, che concerne altro. Tuttavia una riforma che affronti sul serio le questioni della concorrenza e della trasparenza, eliminando i conflitti d’interessi, va fatta. Non solo per senso di giustizia verso i truffati o per la nostra credibilità all’estero. Vinto ormai Tremonti, al governo fa comodo la pax bancaria; e le sinistre possono anche complimentarsi di chi comanda nelle fondazioni e approvare meno concorrenza. Però questo furbo «disaccordo bipartisan » fa smarrire un vitale criterio di verità all’Italia. Ed è molto peggio che perdere punti di Pil. Nel raffronto europeo i risparmiatori italiani sono quelli che ottengono voti molto bassi per la loro conoscenza economico-finanziaria. E non hanno altro che le banche di cui fidarsi. Ma se, tranquillo, mando mia madre ottantaduenne alle Poste per farle mettere i soldi nel libretto postale, e se ne torna con un’obbligazione strutturata su un indice azionario, qualcosa non và. Quegli imprenditori sciccosi seduti ormai in ogni consiglio di amministrazione riceverebbero dalle loro banche un trattamento così quando trattano un credito? In conclusione, riarticolare i poteri di garanzia su trasparenza e concorrenza è doveroso per far crescere le coscienze e la verità. La verità rende liberi, e giova alla vita, che è quello di cui quest'Italia, sempre più reticente, ha bisogno. Cristianissima citazione evangelica di cui banchieri e parlamentari cattolicissimi devono tenere conto. Servono proprio nuove garanzie per concorrenza e conflitti d'interesse.
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