È di fronte alla sofferenza, alla sofferenza innocente, che si scopre il nervo teso della domanda metafisica che attanaglia da sempre quel mendicante di senso che è l’uomo.
L’uomo è costretto a scegliere fra l’assurdo e la speranza e al limite di questo bivio prevale una sete di verità insopprimibile.
L’ateismo è difficile – diceva Etienne Gilson. Ma anche credere non è facile. Difficile è la fede in un Dio che crea il mondo per erigervi il patibolo del proprio Figlio e che permette un’infinita sofferenza umana.
È proprio la sofferenza innocente che costituisce per molti l’ostacolo insuperabile sulla strada della fede, lo scoglio su cui si infrange l’idea di un Dio infinitamente buono e misericordioso. È vero! Ma è altrettanto vero che per molti è proprio la sofferenza innocente che spinge ad abbracciare la fede, la fede in un Dio che dia un senso all’apparente non- senso e che apra, per dirla con Horkeimer, alla <<speranza che, nonostante quest’ingiustizia che caratterizza il mondo, non possa avvenire che l’ingiustizia possa essere l’ultima parola>>.
La sofferenza ingiusta ci porta alle soglie dell’aut-aut, alla scelta tra la disperazione dell’assurdo e la speranza del senso. Siamo obbligati a scegliere, siamo ‘imbarcati’, diceva Pascal e, piuttosto che farmi inghiottire dai gorghi di logiche assurdiste, claustrofobiche ed asfissianti, preferisco scegliere la via del senso che è anche la via della speranza.

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