sabato, 16 ottobre 2004

Soffocando qualche sbadiglio, scorro, per dovere, i logori ma sempre ripetuti dibattiti sull'esistenza e i contenuti di una fantomatica morale laica”, di un' etica della sola ragione”, di un decalogo che faccia a meno dell'ipotesi-Dio”. Ecco di nuovo - e ogni volta con l'aria di scoprire chissà quale novità - libri e conseguenti paginoni di giornale su questa chimera. Vincendo la noia, varrà allora la pena ricordare come gli stessi campioni del razionalismo, quando accettano di usare sino in fondo la ragione, riconoscano che nessuna morale è davvero laica e che, in ogni caso, non è in grado di regolare le azioni dell'uomo. Vediamo, dunque, poiché, a quanto pare, anche tra cattolici c'è qualcuno che prende troppo sul serio certe nobili quanto impotenti tavole umanistiche di valori”.

Quanto ai contenuti, in una inchiesta giornalistica, la scrittrice Lalla Romano ricorda una verità che dovrebbe essere scontata per chiunque: Per laica si intende una morale che dipenda dalla coscienza. Ma questa non può essere laica, visto che si è venuta formando in base al messaggio cristiano”. A conferma, la Romano cita il famoso brano di Croce che, pur sacerdote del laicismo, dovette riconoscere che all'interno della cultura occidentale non possiamo non dirci cristiani”. Si può credersi agnostici o atei, ma i concetti fondamentali di ogni etica (persona”, rispetto”, amore", responsabilità", le idee stesse di morale", coscienza”, ragione”; magari uomo” stesso) vengono dritti dritti dal profetismo giudeo-cristiano che si è incarnato, trasformandole dall'interno, nelle categorie filosofiche del mondo classico. Come mi ripeté, tra i molti altri, quell'ammirevole testimone di laicità che fu Arturo Carlo Jemolo: Gli umanesimi che si credono laici, i decaloghi che si vorrebbero nati dalla sola ragione, vengono in realtà dalla sensibilità cristiana che è divenuta midollo insostituibile della nostra cultura”. (Tutto il marxismo, ad esempio, e la sua etica, sarebbero incomprensibili senza la tradizione biblica. La quale, per una misteriosa astuzia della storia”, ha finito, percorrendo questa strada, per diventare nutrimento anche di africani, cinesi, vietnamiti). Dobbiamo rassegnarci, noi umanisti - mi confermava lo storico e sociologo Léo Moulin, rocciosamente agnostico - Ogni nostra morale sedicente laica non è che un cristianesimo senza Cristo”.

Comunque, al di là dei suoi contenuti teorici, e per venire alla sua concreta efficacia, la chimerica etica della sola ragione”, messa in pratica, non funziona per niente (come la storia degli ultimi secoli e la cronaca di tutti i giorni dimostrano ad abundantiam). Quel che è peggio, questa figlia prediletta del razionalismo non è in grado di giustificare razionalmente se stessa e finisce dritta dritta nell'irrazionale se vuol spiegare per qual motivo dovremmo rispettarla. Sono tanti anni che vado in giro a porre ai miei intervistati domande di questo tipo: Ammesso - e non concesso - che sia possibile parlare di coscienza” senza fare riferimento a categorie cristiane, perché dovremmo seguirne la voce anche quando, come si verifica quotidianamente, è in contrasto col nostro interesse o comodo? Senza un Legislatore al di fuori di noi, è ragionevole fissarci e seguire leggi per il nostro agire?”. Sono anni, dunque; ma non ho trovato nessun uomo di ragione” che mi desse una risposta ragionevole. Tra gli altri, ho vivo il ricordo di un incontro tra i tanti con quel pontifex maximus del nostro laicismo che è Norberto Bobbio il quale, alle obiezioni, non poteva far altro che ripetere, come in una litania sacrale: Eppure, malgrado tutto, dobbiamo considerare un imprescindibile dovere il rispetto e la tolleranza per tutti...”. Aggiungendo però, onestamente, da quel galantuomo che è, di non sapere dire a quale chiodo appendere simile dovere”. Come Bobbio, se sto alla mia esperienza di intervistatore di persone e di lettore di libri, sono tutti i maestri della morale laica”: nobili auspici, caldi e rinnovati appelli, ma niente che possa appagare la ragione. Il credente Jemolo, invece, e proprio grazie alla sua fede, la ragione poteva permettersi di usarla: È impossibile fondare qualsiasi morale praticabile da tutti e sempre, prescindendo dall'idea di un Legislatore e di un Giudice che ci sovrastino. Ai miei amici filantropi sempre ho domandato: perché amare?”. Gli uomini, spesso, non sono affatto amabili e neanche rispettabili. Perché, allora dovremmo farlo, senza riferirci a un Padre comune, a un Giudice che ci attende?”. Come scrisse una volta quel Manzoni che Jemolo molto amava: Ogni morale senza religione non è che un codice senza tribunali. Le leggi possono essere perfettissime, ma chi può rispettarle se non c'è chi le garantisca?”. Manzoni, beato lui, non conobbe le dolcezze dei sindacati: avete mai visto che fine fanno quelle versioni di morale laica” che sono i codici di autoregolamentazione” senza sanzione, quando si scontrano con l'interesse corporativo? Ancora sua, del Gran Lombardo, l'ironica osservazione a chi riponeva attese miracolistiche in una educazione morale” che avrebbe portato a una società di giusti e di buoni pur senza religione: Mi sembrate muratori scriteriati che continuano a rafforzare i muri! Se le fondamenta non ci sono, la casa cadrà comunque”. Si può stare, certo, senza religione. Accettando però di stare anche senza morale. Ché, come gridava Dostoevskij con il suo modo profetico: Se Dio non c'è, tutto è permesso”. Fu quanto, nella lucidità del folle, vide anche Nietzsche. Ma è proprio questo che non vogliono accettare le anime belle della filantropia umanistica. Vorrebbero le leggi senza Legislatore e Tribunale: ma sono realtà che, o stanno insieme, o insieme svaniscono. E questa non è apologetica. Questo non è che umile buon senso e modesta esperienza.

Vittorio Messori

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Per me la partita è chiusa!!!!!!!!!!!!!!!!!

A.V.

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categoria:dichiarazioni di guerra
mercoledì, 13 ottobre 2004

Chi sono questi emuli di Attila che con le loro orde rumorose stanno distruggendo la civiltà occidentale?

Farne un identikit su due piedi non è mica semplice, anche perché a prima vista si potrebbe scambiarli con i terroristi islamici, con gli integralisti che sgozzano senza pietà teste di poveri innocenti in diretta tv. No, troppo semplice!

No, i nuovi barbari sono i Borrell e gli Zapatero che, dietro la bandiera del laicismo, credono di poter mettere fine a secoli di storia.

Per che cosa si battono? Ah, a sentire loro per la libertà!! La libertà degli abortisti, degli omosessuali, dei divorzisti!!

No, no… caro Buttiglione, non c’è posto per te e per quelli come te in Europa… troppo compromesso con il cattolicesimo, troppo vaticanizzato… troppo!!

Devi cambiare pelle, devi scrollarti di dosso quella zavorra da prete che hai, devi adeguarti ai tempi.

Oggi s’ha da fare la nuova Europa, quella civile, quella moderna, l’Europa del progresso insomma.

E per i cattolici proprio non c’è posto. Per tutti si, ma per loro no!! Non c’è posto per chi predica da secoli sempre le stesse cose, per chi si batte per valori ormai obsoleti e stantii.

Bisogna pensare ai diritti dei gay, alle loro esigenze di famiglia, bisogna permettere alla donna di ammazzare i propri figli, bisogna aiutare i malati a farla finita.

Insomma, il lavoro non è semplice, ma i nuovi barbari ce la faranno, hanno i mezzi, gli strumenti giusti, hanno strascichi di consensi autorevoli ed intellettualmente validi. Mica sono come quei rozzi, sudici e cornuti vichinghi del nostro immaginario scolastico.

La fine che ci faranno fare però non è affatto diversa da quella dei poveri Romani del 200 d.c. . Anzi, forse il paesaggio si prospetta più desolante, più tetro, perché, a differenza di allora, la nostra società è permeata da un nichilismo ancora più bieco, ancora più drammatico e non c’è una sola speranza di riscatto.

Il cristianesimo non è più la salvezza, ma una minaccia, la minaccia più grave alla realizzazione dell’utopia di una società perfetta.
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lunedì, 04 ottobre 2004

La riforma mancata del risparmio

di Geminello Alvi

 

Il letargico Tanzi ha fatto in tempo a uscirsene di prigione, gli arabi a segare cervicali a dozzine, la nazionale di calcio a sputare sugli Europei, il rauco Bossi ad ammalarsi e Tremonti a rimetterci il posto. Ma la riforma del risparmio, benché approvata a febbraio in Consiglio dei ministri, non è diventata legge. È andata anzi sciupandosi in tagli e distinguo sempre più angusti, lottizzati in fazioni trasversali che hanno avuto per contorto esito poco o niente. Dalla prima versione di febbraio si deduceva che l’Antitrust sarebbe stato almeno incaricato di garantire la concorrenza bancaria e purificati gli intrecci tra imprenditori e banche da tutti i conflitti d’interesse. Adesso la legge parrebbe ridursi a qualche decina di milioni in più per la Consob in Finanziaria e alla norma sul market abuse già approvata in obbedienza alla Unione Europea. Il resto sfuma in chiacchiere. E non è bene. Così poco è troppo sfacciato; non solo perché tra Cirio, Parmalat, e resto, decine di migliaia di risparmiatori sono stati traditi. Ma per un altro motivo che alle banche soprattutto dovrebbe premere. Mai esse hanno contato tanto. I debiti della Fiat, lo sfarinarsi dell’industria per la concorrenza cinese, la conquista di Mediobanca, i consigli d’amministrazione dei giornali, quelli in Banca d’Italia, danno loro un potere inusitato. Così intenso che persino si tentenna a parlarne. Non è questione di essere pro o contro Fazio, per l’ala sinistra o quella destra del cattolicesimo democristiano. Ma come non constatare che le vicende giudiziarie legate agli scandali societari di un anno fa sono sfumate in nuvolaglie tenuissime e la riforma del risparmio è tutto uno stralcio? Il che non è bene, per le banche soprattutto. Chi comanda, e vuole farlo bene, ritrovandosi a mantenere il potere di cui dispone, non dovrebbe eccedere. Perciò deve preoccuparsi che si discuta di tutto, il più possibile con verità. Lasciandosi mettere in discussione, perché solo così aumenta la percezione della vita e un potere che se ne separa perde senso. Fu appunto l’ipocrisia a uccidere quel potere sovietico, perfetta separazione della verità dalla vita. Ma allora non possono essere una meno che mezza riforma del risparmio, o reticenze di casta, a darci il sistema bancario di cui l’Italia ha bisogno per rinnovarsi. I deputati amici di Banca d’Italia hanno qualche ragione a stralciare la questione del limite di durata del governatore dalla legge, che concerne altro. Tuttavia una riforma che affronti sul serio le questioni della concorrenza e della trasparenza, eliminando i conflitti d’interessi, va fatta. Non solo per senso di giustizia verso i truffati o per la nostra credibilità all’estero. Vinto ormai Tremonti, al governo fa comodo la pax bancaria; e le sinistre possono anche complimentarsi di chi comanda nelle fondazioni e approvare meno concorrenza. Però questo furbo «disaccordo bipartisan » fa smarrire un vitale criterio di verità all’Italia. Ed è molto peggio che perdere punti di Pil. Nel raffronto europeo i risparmiatori italiani sono quelli che ottengono voti molto bassi per la loro conoscenza economico-finanziaria. E non hanno altro che le banche di cui fidarsi. Ma se, tranquillo, mando mia madre ottantaduenne alle Poste per farle mettere i soldi nel libretto postale, e se ne torna con un’obbligazione strutturata su un indice azionario, qualcosa non và. Quegli imprenditori sciccosi seduti ormai in ogni consiglio di amministrazione riceverebbero dalle loro banche un trattamento così quando trattano un credito? In conclusione, riarticolare i poteri di garanzia su trasparenza e concorrenza è doveroso per far crescere le coscienze e la verità. La verità rende liberi, e giova alla vita, che è quello di cui quest'Italia, sempre più reticente, ha bisogno. Cristianissima citazione evangelica di cui banchieri e parlamentari cattolicissimi devono tenere conto. Servono proprio nuove garanzie per concorrenza e conflitti d'interesse.

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Per il momento leggetelo, questo post, poi faremo qualche commento.

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categoria:economia